Migrazione e Psicopatologia: quando sopravvivere rimanendo nel trauma è necessario
- TeAtelier Aps
- 16 mag 2022
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 23 nov 2022
“L'immigrato ha un mondo del passato a cui appartiene e un mondo del presente al quale sempre, più o meno, sarà estraneo; suo figlio invece sta in tutti e due e molte volte in nessuno. Per questo c'è bisogno che il processo di integrazione abbia successo, in modo che la seconda generazione non resti chiusa nel ghetto.”
Antonio Muñoz Molina
Lo sappiamo il fenomeno migratorio negli ultimi anni, anzi decenni è aumentato notevolmente, ma ci siamo mai davvero soffermati su cosa significhi realmente? Migrare è un atto che pervade l’intera vita di una persona in quanto conduce alla “sospensione tra due mondi”, quello di provenienza e quello d’arrivo, in cui può crearsi una situazione di profonda fragilità identitaria e di sofferenza.
La salute mentale è una componente fondamentale per il benessere delle persone, il migrante è esposto ad un processo di cambiamento spesso radicale, in cui la moltitudine di preoccupazioni e di differenze linguistiche e culturali possono costituire il cosiddetto “stress da transculturazione” (Mazzetti, 1996, 2003). Tutto questo spesso però si trasforma in un fattore di trasformazione positivo, in quanto la necessità di adattamento, la tollerabilità alle frustrazioni e la mancanza del luogo di provenienza possono portare l’individuo a raggiungere una nuova consapevolezza di sé, dei propri punti di forza e delle sue qualità, contribuendo così ad una narrazione positiva del proprio percorso migratorio.

Non sempre però, questa narrazione positiva prende vita, ci sono casi in cui la sofferenza, la delusione e le insormontabili difficoltà possono condurre ad uno stato di rischio per la salute mentale. La migrazione, infatti, viene considerata come un evento psichico segnato dalla rottura della relazione tra cultura interna ed esterna, propria di ciascun individuo. È importante ricordare che ogni storia di migrazione è unica, infatti, la risposta a questa rottura dipenderà poi dalle caratteristiche di personalità del singolo e dall’accoglienza che riceverà nel paese ospitante. Ma è pur vero che per quanto ogni storia abbia le sue peculiarità esistono aspetti comuni in tutti i processi migratori, infatti, dal punto di vista della salute psichica, il migrante corre rischi maggiori dati dal fatto che il viaggio, ma più nello specifico l’incognito ad esso legato, generano situazioni di angoscia che portano alla rottura di equilibri preesistenti.
Proviamo a pensare al processo di migrazione come ad uno dei vissuti più difficili che l’essere umano può trovarsi ad affrontare, ovvero il lutto. Il percepito può essere molto simile in quanto l’individuo che migra si trova ad affrontare una perdita identitaria non solo nel paese che lascia, ma in tutto ciò che questo rappresenta, e deve imparare ad affrontare una nuova vita che spesso comporta solitudine, indifferenza e addirittura di disprezzo. Ciò potrebbe portare ad un “vuoto affettivo”, che rende l’individuo estraneo anche a se stesso. Il “corpo vissuto” dal migrante rispecchia il “corpo percepito” dalla società e dunque, se la società gli rimanda un’immagine negativa, questa è l’immagine che l’individuo avrà di se stesso. La ricerca ha dimostrato come il processo di integrazione abbia delle ripercussioni molto importanti anche e forse soprattutto nei bambini che si ritrovano a vivere in un universo culturale differente da quello conosciuto dai propri genitori, infatti, molte patologie psichiche, in particolar modo i disturbi del neurosviluppo sono riscontrate con maggiore frequenza in bambini figli di genitori immigrati.
Il processo migratorio possiede molteplici sfaccettature tutte altrettanto complesse e non si esaurisce nel momento dell’arrivo nel paese ospite, ma si ramifica nel tempo espandendosi di generazione in generazione. È un processo traumatico e come tale ha bisogno di essere ascoltato, capito e rispettato. La migrazione richiede un incessante lavoro di elaborazione, ma è pur vero che il processo traumatico che l’accompagna non può mai essere davvero risolto dal momento che quella ferita ricucita è spesso l’unico segno tangibile del legame con la propria terra natìa, con la propria vita, con il proprio sé.
Articolo a cura della Dott.ssa Federica Agrello
Laureata in Scienze e tecniche psicologiche
federicaagrello@gmail.com
Riferimenti bibliografici:
· MIGRAZIONE E PSICOPATOLOGIA - Neuropsicomotricista.it
· http://www.sossanita.org/archives/1393: La salute mentale nei rifugiati prima, durante e dopo la migrazione
· https://www.spiweb.it/la-ricerca/ricerca/trauma-migratorio/
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